iN sIrIa…

syria

Sopravvivere in Siria non è facile. E’ difficile trovare di che cibarsi nel mezzo di una guerra, figurarsi reperire insulina, aghi e striscette reattive. In Siria, molte persone, molti bambini, hanno il diabete di tipo 1. Senza insulina non si vive. E quindi?

Vi ricordate di Raghad, la bimba siriana di 11 anni che è morta tra le braccia dei suoi genitori dopo che gli scafisti avevano gettato in acqua le sue scorte di insulina? Ne avevamo parlato qui.

Come Raghad, molti altri rischiano la vita ogni minuto.

C’è un uomo che scappa con il suo piccolo di appena 2 anni. Dice: 

“Prima della crisi avevamo un sistema sanitario eccellente e per la maggior parte gratuito. Avevamo molti ospedali e grandi scorte di medicinali. Ora molti ospedali e farmacie sono stati distrutti e molti strumenti rubati. Accedere agli ospedali rimasti è pericoloso, quelli che un tempo erano posti sicuri, ora non lo sono più. Chi non è ancora fuggito non può nemmeno permettersi di mangiare e bere, figuriamoci di pagare per insulina e presidi per il diabete. Mio figlio ha esordito 7 mesi fa e da allora siamo sempre più provati, fisicamente e psicologicamente. Ora ha 2 anni. Ogni istante c’è la paura per i rischi della guerra e la paura per i rischi del diabete.” (tradotto e adattato da T1International).

C’è un ragazzo che ha il diabete di tipo 1. Un paio di settimane fa è rimasto senza le striscette reattive per la misurazione della glicemia. Ha paura, come può tenere sotto controllo il suo diabete senza avere la possibilità di misurarsi? Ha paura di terminare le scorte di insulina, ha paura di dover razionare gli aghi per iniettarsela. Ha paura di non trovare niente da mangiare. Ha paura di trovare solo riso e patate, alimenti ricchi di carboidrati e di non poterli coprire con l’insulina. Ha paura di non avere più alcuna assistenza medica. Ha paura che questa debba diventare la sua nuova normalità, e ha tanta, tanta paura di non farcela.

Scappano, queste persone, senza sapere a cosa andranno incontro, percorrendo percorsi infiniti ed estenuanti a piedi, per mare, per terra, al freddo, sotto la pioggia e in mezzo alla neve. Verso un futuro anch’esso difficile e pieno di incognite. Ma non hanno scelta. Perché la guerra è peggio.

Elisabeth Rowley è la fondatrice di T1 International, una organizzazione di difesa della cura del diabete che ha sede a Londra. Questa mattina ho parlato con lei per chiederle come poter aiutare concretamente queste persone.

Mi ha risposto che purtroppo è molto difficile poter aiutare i rifugiati che hanno il diabete di tipo 1 direttamente perché è quasi impossibile identificarli nel mezzo della crisi. T1International sta cercando di dare supporto a coloro i quali riescono a mettersi in contatto con l’organizzazione, a volte anche solo condividendo la loro storia.

Elisabeth ha lavorato con i rifugiati siriani in Libano per provare a capire meglio la situazione e sta conducendo delle ricerche in tal senso.
Elisabeth, e noi come possiamo aiutare?

“Condividendo le storie che T1International pubblica sul suo sito www.t1international.com in modo che vengano lette dal maggior numero di persone possibile, incoraggiando le persone a donare a T1International e iscrivendosi alle newsletter del sito. Per maggiorni info, consultate la pagina: Three ways you can help refugees living with diabetes.”

Elisabeth, voi vi occupate di diabete su scala mondiale, vero?

“Sì, la situazione in Siria è a dir poco terribile, ma è importante tenere presente che davvero moltissime persone con il diabete di tipo 1 nel mondo devono affrontare il peso di conflitti, di emergenze umanitarie, di mancanza di presidi e insulina, etc. T1International vorrebbe un mondo dove nessun diabetico debba affrontare queste situazioni o affidarsi a donazioni di presidi o di insulina, perché questo non è sostenibile, le donazioni potrebbero interrompersi in qualsiasi momento e questo sarebbe pericoloso. Vogliamo creare una forza di difesa delle persone con diabete di tipo 1 e al tempo stesso aiutare queste persone sul campo in maniera diretta.”

Elisabeth risponde qui: elizabeth@t1international.com

Quello che posso fare io, nel mio piccolo, è postare questo articolo, lasciarvi tutti i riferimenti, e aiutare a far sì che l’informazione vada avanti, perché di queste cose bisogna parlare se non si vuole che vengano ignorate o dimenticate.

Per chi capisce l’inglese, questo video è molto interessante:

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...